GdL-Lavoro e produttività

Responsabile:Marco Onorato

Il problema dei salari bassi non affligge solo l’economia italiana.
L’ultimo rapporto dell’ IMF afferma che “ in molte economie avanzate la crescita dei salari nominali resta marcatamente al di sotto dei livelli della grande recessione 2008-2009”.
Questo immobilismo dei salari frena sia l’inflazione, che nell’eurozona non riesce ad avvicinarsi all’obiettivo del 2%, sia la ripresa a causa della conseguente debolezza dei consumi.
Propongo di seguito alcune considerazioni di carattere storico economico ed una breve disamina per provare ad interpretare quali sono gli ostacoli che impediscono una reale crescita dei salari e dunque dei redditi familiari.
La situazione odierna affonda le sue radici nel passato. Siamo reduci da una potente crisi sistemica che ha coinvolto il nostro modo occidentale di fare industria e di fare economia. Sono state le leve cardine a cedere, i pilastri della nostra Torre di Babele non hanno retto i colpi di forze nuove esogene, profondamente sottovalutate.
Da una parte la crisi si è abbattuta come una scure sull’industria manifatturiera con una ingente perdita di manodopera. Dall’altra è cresciuto un terziario poco produttivo e di bassa qualità e scarsamente competitivo, che ha assorbito parte di quella manodopera di cui sopra.
Tra il 2008 ed il 2014 l’industria manifatturiera italiana ha perso 900 mila posti di lavoro e molte aziende sono fallite. Dal 2014 le industrie sopravvissute hanno cominciato a contenere l’aumento dei salari per reggere la concorrenza estera. Certo teoricamente avrebbero potuto puntare sulla produttività invece che tenere bassi gli stipendi, ma uscivano da una recessione che aveva impedito loro di investire. E la moderazione dei salari rappresentava l’unica via d’uscita per restare sull’unico mercato che ancora reggeva: quello estero.
Gli sgravi contributivi del jobs act hanno avuto l’effetto di stabilizzare molti contratti ed hanno dato la possibilità di crearne di nuovi. Tuttavia data la gravità della situazione economica, non era possibile pensare di risolvere completamente una crisi sistemica con una singola riforma. Così non si è riuscito ad impedire la crescita dei contratti a termine e dei contratti part time, il cui numero è raddoppiato in dieci anni. La precarietà del lavoro assume connotati sempre più inquietanti nei nostri anni, e le ripercussioni sulla vita sociale hanno un prezzo altissimo per il Paese in termini di crescita.
Il Fondo monetario la addita addirittura come il principale ostacolo – non solo in Italia, ma in molte altre economie avanzate – alla crescita dei salari.
Parrebbe dunque un vicolo cieco, un cane che si morde la coda senza soluzione di continuità.
Da una parte abbiamo un’industria manifatturiera che per restare sui mercati esteri, non potendo più contare sul gioco della svalutazione monetaria, contiene i propri salari. Dall’altra, abbiamo un terziario povero che attinge a piene mani dalla precarietà, dalla disperazione delle persone e dal serbatoio ancora forte di disoccupazione, offrendo retribuzioni ancora più basse. È ovvio che in queste condizioni, i margini per far comparire delle cifre dignitose nelle buste paga delle famiglie siano quasi nulli.
Eppure la via per uscire dall’impasse resta sempre la stessa: far ripartire la produzione. A una crisi sistemica non si può rispondere con ricette del passato, ma non si può nemmeno far piazza pulita delle cose che funzionavano e improvvisarsi da zero.
La questione appare ancor più complessa se si pensa che la produzione risulta stagnante in Italia da almeno un quarto di secolo. Inoltre nell’Impresa titanica eppur vitale, non bisogna dimenticare il ruolo dei cosiddetti “fattori esterni alle imprese”: burocrazia, fisco, infrastrutture, oltre a riconsiderare la dimensione e l’organizzazione delle aziende, il loro tasso innovativo e tecnologico e le competenze dei lavoratori.
Quello che serve più di ogni cosa oggi sono forti investimenti privati e pubblici. I primi hanno cominciato a vedersi con il pacchetto di sgravi di industria 4.0. I secondi ancora no. E questo è un serio problema, non solo perché non si creano infrastrutture, ma perché per convincere le imprese a investire non basta ridurne i costi, bisogna anche assicurare loro che ci sarà qualcuno che comprerà i nuovi prodotti, una volta fatti gli investimenti.
Insomma occorrono i consumi delle famiglie. Occorre iniziare un circolo virtuoso fra pubblico e privato. La prima mossa in una visione prospettica del futuro deve partire da opportuni investimenti pubblici e da una detassazione dell’Irpef, oggi fuori discussione.
Marco Onorato